La politica è la grande generalizzatrice, mentre l’arte è la grande particolareggiatrice.
Per la politica, l’arte è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, l’arte è l’impulso testardo a entrare nei particolari.
Come puoi essere un artista e
rinunciare alle sfumature? Come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare, spiegare la complicazione, non negare la contraddizione, tener conto del caos, farlo entrare.
Il politico introduce una fede, una grande idea che cambia il mondo, mentre l’artista introduce un prodotto per il quale, al mondo, non c’è posto. Ed è un prodotto inutile, una cosa che non c’era neanche all’inizio.
Quando Dio, in sette giorni, creò tutta questa roba, gli uccelli, i fiumi, gli esseri umani, non ebbe dieci minuti per l’arte. «E poi ci sarà l’arte. A qualcuno piacerà, altri ne saranno ossessionati, vorranno farla…». No. No. Non disse così.
Se allora tu avessi chiesto a Dio «Ci saranno degli idraulici?»
«Sì, ci saranno, perché avranno delle case, avranno bisogno di idraulici».
«E ci saranno dei medici?»
«Sì. Perché si ammaleranno, avranno bisogno di medici che diano loro delle pillole».
«E l’arte, ci sarà?»
«L’arte? Che stai dicendo? A che serve? Dove la mettiamo? Per piacere, sto creando un universo, io, mica un’università. Niente arte».
> Philip Roth “Ho sposato un comunista”

Ahora sí!, a ritmo de parapá papa…. delicioso Mó!
Sei grande MO!!!